vagamondo

Eccomi

Utente: gabrielebarbati

  • Contattami
  • Il mio profilo
  • Linkami

Ultimi Commenti

Archivio

oggi
maggio 2005
aprile 2005

Feeds

  • Powered by Splinder

Contatore

visitato *loading* volte

martedì, 03 maggio 2005

Riprendo un recente commento: "Faccio una domanda ai Vagamondi: la categoria "comunicazione alternativa" è ancora moderna, oppure oggi ha più senso parlare di un "unico flusso"?
E ancora: quanti minuti o secondi ci ha messo la "comunicazione ufficiale" ad inghiottre la novità-scoop portata dal blogger che ha scoperto gli omissis?
Infine: la gente comune ha percepito due flussi distinti, oppure uno solo?"
climapesante 03 Maggio 2005 - 12:31

Jean Jacques Cheval, professore all'Università di Bordeaux e consigliere dell'IREN (International Radio Research Network), in una recente intervista, mi diceva, a proposito di radio comunitarie, che non potrebbe esistere un sistema di comunicazione alternativo a quello esistente. "Il cambio - spiegava - deve essere operato dall'interno". Più o meno quello di cui si discuterà a Barcellona il prossimo giugno quando il direttivo di del World Social Forum si riunirà per discutere il rapporto tra il più famoso raduno della società civile e il mondo della comunicazione.

Certo che siamo di fronte ad un "flusso" di informazione. Solo che si sta allargando e all'agenda dettata dalle agenzie e testate tradizionali si stanno affiancando nuovi canali. E' dal mondo dei blog, per esempio, che è venuto il disvelamento degli omissis del rapporto USA sul caso Calipari. Ecco un'altra fonte. Il giornalismo tradizionale lo riprenderà in pochi minuti  "o secondi", ma intanto un evento sarà stato imposto all'attenzione di tutti grazie ad un momento di buon giornalismo (non tradizionale e magari migliore).

Sì, per ora la gente percepisce una notizia in tv e quella di un sito attento ai fatti del terzo mondo come due cose distinte. Come se il secondo si rivolgesse ad una nicchia di appassionati di Africa Nera (sì l'Africa nera, per molti, quella cosa talmente "lontana", da non valere il tempo di una lettura). Eppure è realtà, da comunicare. Se non viene fatto dai soggetti accreditati al momento, che siano altri ad inserire questi temi nel mainstream.

Comunicazione alternativa, dunque, come principio. Prima che la forzatura del sistema attuale, porti molti temi trascurati nel mainstream. Questo è il traguardo, nenache lontanissimo. E' più che mai attuale, eticamente e deontogicamente nel caso dei giornalisti. Il semplice rispetto del più principio dei "fatti prima di tutto" dovrebbe portera in pagina una gerarchia di notizia completamente diversa dalle attuali.

******

Mi stimola l'idea che la comunicazione che facciamo via Internet si possa fare dal vivo. Le chiamate via web stanno decollando, come la stessa chat vocale. E se fosse possibile parlarsi superando l'ostacolo della lingua? Io da qui davanti al computer a conversare con un indiano grazie a un sistema di traduzione simultanea. So che ci stanno lavorando, esistono centri di eccellenza universitaria (Cambridge e Edimburgo) impegnati nella ricerca. Siamo vicini al traguardo o no? Proverò a sentire qualche parere in giro. Ma magari qualcuno di voi già conosce la fine della storia. O ha voglia di mettere le mani in open source su un software che vada in questa direzione.

Postato da: gabrielebarbati a 17:13 | link | commenti (1) |

Comunicazione, alternativa. Se ne parla da sempre: gli eventi non diventano cronaca perchè non comunicati ai più.  E' successo in guerra, durante il secondo conflitto mondiale. Al seguito delle truppe americane, videoreporter in divisa documentavano gli scontri nei "Kombat film". Ma poteva il giovane americano del Vermont mandato in Europa a difendere la democrazia apparire in una cassa di legno? Non vennero mai diffusi, salvo saltar fuori dagli archivi tempo dopo. Sarebbe capitato ancora, e fino ai nostri giorni, fatti di giornalisti "embedded" e di soldati morti anche per i network americani, solo dopo la verità restituita da Internet di bare in drappi a stelle e strisce. Poichè la ragione di stato non "può" correre il rischio di perdere la fiducia dell'opinione pubblica. Con un'eccezione: il Vietnam. In una stagione in cui i reporter liberi di muoversi spedirono in patria la guerra vera e le proteste di piazza imposero la pace al governo americano.

Ma tutto questo accade ancora? E' di qualche tempo fa la pubblicazione del rapporto di Medici Senza Frontiere della Top Ten delle Crisi Dimenticate nel mondo (http://www.crisidimenticate.it/index.shtml). Emerge che i media italiani hanno dedicato pochi articoli e ancor meno minuti di trasmissione a quanto succede in Colombia, Indonesia, Etiopia, Rep. Dem. del Congo, Burundi, Uganda, Afghanistan e tutti i paesi ancora afflitti dalla tubercolosi. Li ritroviamo invece in operatori del settore particolarmente attenti (Misna www.misna.org e Reuters Alertnet www.alertnet.org ) o nei circuiti di comunicazione alternativa, legati al terzo settore e alle organizzazioni internazionali. Giusto cinquant'anni fa la Conferenza di Bandung dei Paesi Non allineati lanciava la richiesta di una nuova informazione per i paesi del Sud del Mondo. Venne colta nel 1964 da Roberto Savio, che fondò a Roma un'agenzia di stampa che portasse nel mondo le notizie escluse dalle agenzie tradizionali (www.ips.org). Pensava che la realtà fosse da riportare per la sua forza di fatto di cronaca e non per la sua rilevanza nell'agenda politica. Sembra che tale motivazione etica (e deontologica) non sia propria di tutti i media.

Esistono moltissime radio che ci provano però. Controinformazione e controcultura. Dal basso. Radio comunitarie, nate in seno a villaggi, etnie, organizzazioni di volontari. Per richiamare l'attenzione sulle proprie realtà. Da poco si sono unite in network, mettendo insieme gli strumenti per portare il locale a livello internazionale. E viceversa. Che la radio sia uno strumento di democratizzazione? Lo è stato ed è possibile che il futuro passi anche da lì.

E dalla Rete. Il  rapporto Usa sull’incidente di Nicola Calipari viene diffuso con gli omissis. L’avrebbero pubblicato in versione integrale un giorno, forse. Intanto ci è arrivato intero grazie a un blogger (e giornalista), uno particolarmente curioso. E’ evidente che la comunità di Internet possa arrivare a ricoprire il ruolo un tempo esclusivo della stampa di “quarto potere”.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Postato da: gabrielebarbati a 09:40 | link | commenti (1) |