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martedì, 03 maggio 2005

Comunicazione, alternativa. Se ne parla da sempre: gli eventi non diventano cronaca perchè non comunicati ai più.  E' successo in guerra, durante il secondo conflitto mondiale. Al seguito delle truppe americane, videoreporter in divisa documentavano gli scontri nei "Kombat film". Ma poteva il giovane americano del Vermont mandato in Europa a difendere la democrazia apparire in una cassa di legno? Non vennero mai diffusi, salvo saltar fuori dagli archivi tempo dopo. Sarebbe capitato ancora, e fino ai nostri giorni, fatti di giornalisti "embedded" e di soldati morti anche per i network americani, solo dopo la verità restituita da Internet di bare in drappi a stelle e strisce. Poichè la ragione di stato non "può" correre il rischio di perdere la fiducia dell'opinione pubblica. Con un'eccezione: il Vietnam. In una stagione in cui i reporter liberi di muoversi spedirono in patria la guerra vera e le proteste di piazza imposero la pace al governo americano.

Ma tutto questo accade ancora? E' di qualche tempo fa la pubblicazione del rapporto di Medici Senza Frontiere della Top Ten delle Crisi Dimenticate nel mondo (http://www.crisidimenticate.it/index.shtml). Emerge che i media italiani hanno dedicato pochi articoli e ancor meno minuti di trasmissione a quanto succede in Colombia, Indonesia, Etiopia, Rep. Dem. del Congo, Burundi, Uganda, Afghanistan e tutti i paesi ancora afflitti dalla tubercolosi. Li ritroviamo invece in operatori del settore particolarmente attenti (Misna www.misna.org e Reuters Alertnet www.alertnet.org ) o nei circuiti di comunicazione alternativa, legati al terzo settore e alle organizzazioni internazionali. Giusto cinquant'anni fa la Conferenza di Bandung dei Paesi Non allineati lanciava la richiesta di una nuova informazione per i paesi del Sud del Mondo. Venne colta nel 1964 da Roberto Savio, che fondò a Roma un'agenzia di stampa che portasse nel mondo le notizie escluse dalle agenzie tradizionali (www.ips.org). Pensava che la realtà fosse da riportare per la sua forza di fatto di cronaca e non per la sua rilevanza nell'agenda politica. Sembra che tale motivazione etica (e deontologica) non sia propria di tutti i media.

Esistono moltissime radio che ci provano però. Controinformazione e controcultura. Dal basso. Radio comunitarie, nate in seno a villaggi, etnie, organizzazioni di volontari. Per richiamare l'attenzione sulle proprie realtà. Da poco si sono unite in network, mettendo insieme gli strumenti per portare il locale a livello internazionale. E viceversa. Che la radio sia uno strumento di democratizzazione? Lo è stato ed è possibile che il futuro passi anche da lì.

E dalla Rete. Il  rapporto Usa sull’incidente di Nicola Calipari viene diffuso con gli omissis. L’avrebbero pubblicato in versione integrale un giorno, forse. Intanto ci è arrivato intero grazie a un blogger (e giornalista), uno particolarmente curioso. E’ evidente che la comunità di Internet possa arrivare a ricoprire il ruolo un tempo esclusivo della stampa di “quarto potere”.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Postato da: gabrielebarbati a 09:40 | link | commenti (1) |


Commenti
#1    03 Maggio 2005 - 12:31
 
faccio una domanda ai Vagamondi: la categoria "comunicazione alternativa" è ancora moderna, oppure oggi ha più senso parlare di un "unico flusso", condizionabile da più punti di vista (il blogger come il grande tg)?
E ancora: quanti minuti o secondi ci ha messo la "comunicazione ufficiale" ad inghiottre la novità-scoop portata dal blogger che ha scoperto gli omissis?
Infine: la gente comune ha percepito due flussi distinti, oppure uno solo?
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