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Jean Jacques Cheval, professore all'Università di Bordeaux e consigliere dell'IREN (International Radio Research Network), in una recente intervista, mi diceva, a proposito di radio comunitarie, che non potrebbe esistere un sistema di comunicazione alternativo a quello esistente. "Il cambio - spiegava - deve essere operato dall'interno". Più o meno quello di cui si discuterà a Barcellona il prossimo giugno quando il direttivo di del World Social Forum si riunirà per discutere il rapporto tra il più famoso raduno della società civile e il mondo della comunicazione.
Certo che siamo di fronte ad un "flusso" di informazione. Solo che si sta allargando e all'agenda dettata dalle agenzie e testate tradizionali si stanno affiancando nuovi canali. E' dal mondo dei blog, per esempio, che è venuto il disvelamento degli omissis del rapporto USA sul caso Calipari. Ecco un'altra fonte. Il giornalismo tradizionale lo riprenderà in pochi minuti "o secondi", ma intanto un evento sarà stato imposto all'attenzione di tutti grazie ad un momento di buon giornalismo (non tradizionale e magari migliore).
Sì, per ora la gente percepisce una notizia in tv e quella di un sito attento ai fatti del terzo mondo come due cose distinte. Come se il secondo si rivolgesse ad una nicchia di appassionati di Africa Nera (sì l'Africa nera, per molti, quella cosa talmente "lontana", da non valere il tempo di una lettura). Eppure è realtà, da comunicare. Se non viene fatto dai soggetti accreditati al momento, che siano altri ad inserire questi temi nel mainstream.
Comunicazione alternativa, dunque, come principio. Prima che la forzatura del sistema attuale, porti molti temi trascurati nel mainstream. Questo è il traguardo, nenache lontanissimo. E' più che mai attuale, eticamente e deontogicamente nel caso dei giornalisti. Il semplice rispetto del più principio dei "fatti prima di tutto" dovrebbe portera in pagina una gerarchia di notizia completamente diversa dalle attuali.
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Mi stimola l'idea che la comunicazione che facciamo via Internet si possa fare dal vivo. Le chiamate via web stanno decollando, come la stessa chat vocale. E se fosse possibile parlarsi superando l'ostacolo della lingua? Io da qui davanti al computer a conversare con un indiano grazie a un sistema di traduzione simultanea. So che ci stanno lavorando, esistono centri di eccellenza universitaria (Cambridge e Edimburgo) impegnati nella ricerca. Siamo vicini al traguardo o no? Proverò a sentire qualche parere in giro. Ma magari qualcuno di voi già conosce la fine della storia. O ha voglia di mettere le mani in open source su un software che vada in questa direzione.
E ancora: quanti minuti o secondi ci ha messo la "comunicazione ufficiale" ad inghiottre la novità-scoop portata dal blogger che ha scoperto gli omissis?
Infine: la gente comune ha percepito due flussi distinti, oppure uno solo?"